U
n tempo era la Francia, quella rurale, dei castelli della Loira, ma anche l’Inghilterra dei primi centri borghesi, poco distanti dai porti, estuari verso un Nuovo Mondo ancora a venire; accanto, una Germania che aspira all’abbraccio universale sul piano astronomico, con Kant e Laplace a dividersi birre su improbabili piani temporalmente simultanei.
?Rivoluzione francese, rivoluzione industriale, rivoluzione scientifica: aperture all’enorme, dall’allargamento dei diritti a quello del mercato, passando per l’occhio-che-coglie-il-cosmo. ?
E l’uomo?
?L’uomo è aperto, sviscerato, non solo dalla medicina
furens: nasce l’estetica, ovvero una nuova disciplina che ha come aspirazione il cogliere i meccanismi dell’ a?s??s??, della sensazione, per poi rielaborarli con un alfabeto nuovo, di timbro filosofico. Dal trattato di Baumgarten e dalla "Critica del giudizio" di Kant alle derive dei forum on-line di tardo XX /inizio XXI secolo, la mirabile capacità evolutiva della socialità umana, nel suo continuo dinamismo, ha aperto all’uomo rinnovate e sempre diverse modalità di riflessione su entità testuali (letteratura, musica, arti figurative, arti plastiche) ed esperienze, con una particolare attenzione alle prime dove le seconde vanno a ricadere sotto microscopi più o meno positivisticamente zoomati, spesso filosoficamente sfumati. ?Su carta o su supporti volatili, pur sempre testuali, come delle pagine elettroniche, la riflessione sull’esperienza dell’estetico, con particolare attenzione alla sua declinazione artistica, è sempre stata centrale, quasi cardinale, nel panorama della società moderna che si scopre pensante e cosciente, investendo, diastraticamente, tutti i livelli sociali (dall’impiegato al docente) e, diafasicamente, tutte le situazioni e i registri possibili (dallo scambio/motteggio d’ambientazione baresca all’agone accademico).??
Se c’è una marca distintiva che caratterizza larga parte del discorso che qui chiameremo estetico, per semplificazione (dove sarebbe più appropriato artistico visto la caratteristica necessariamente estetica di ogni fenomeno artistico e non viceversa), è l’attenzione sull’ io. L’ego, come uno dei due poli della relazione artistica, viene indagato esteticamente a vari livelli e con differenti risultati da parte dei più grandi filosofi e scienziati degli ultimi secoli, dando vita a teorie più o meno dottrinarie capaci di influenzare stagioni di pensiero diversamente colorate, dal rosso politico al nero più esistenziale.?
Ma cerchiamo, qui, di limitare il nostro campo d’azione ad un’analisi fenomenologica dell’evento come si presenta in questi nostri
temps moderns.?
In un mondo in cui le parole vengono calibrate sempre meno; in cui la lettura d´un libro e, prima ancora, la sua scelta avvengono più per una ragione di riuscito marketing commerciale che di effettivo valore letterario; in cui l´ascolto musicale avviene spesso attraverso casse di
pc tutt´altro che vicine all´alta fedeltà; in un mondo, infine, in cui la democrazia sembra avere consentito/liberato/garantito tutto, appare evidente come lo spazio per una relazione autentica di tipo artistico venga rilegato spesso a hobby più o meno folklorico: un consumo.
Cerchiamo di capire perché.
??Partendo dagli effetti per risalire alle cause, tipica di questo approccio consumistico è una modalità di giudizio che non ha problemi nel dichiararsi soggettivista, dove, appunto, il soggetto che parla pone sé stesso come unico metro di misura per un discorso di valore su una determinata opera.? Quello che appare più sintomatico dell’epoca in cui viviamo, questi prolegomeni millenari appena avviati da
millennium bugs fallaci, è un chiaro spostamento d’attenzione egoistico/egotistico su uno solo dei poli della relazione artistica, specchio d’una crescente vanità, spesso decisamente legata al suo significato etimologico, a caratterizzare un panorama di riflessioni che non riescono mai a varcare quelle pareti alte e scivolose del
de gustibus: con una zoomata decisa, l’attenzione si sposta sull’io, sull’esperienza personale, presa come l’unica garante d’un processo di valorizzazione nei confronti di una data esperienza estetico-artistica.
?Per tenere il discorso su binari di più facile fruizione, può essere utile ricorrere ad esemplificazioni d’uso quotidiano. Nell’attribuzione di valore, più o meno positivo/negativo, ad un’opera, un fruitore-tipo del nuovo millennio inneggia alla formula della libertà soggettiva del giudizio, di kantiana memoria, per garantirsi un nulla osta, una leicità di espressione sull’oggetto in questione. La carrellata dei "De gustibus", dei "Chi altro mi può dire se questo testo (libro, canzone..) vale o meno?" sembra non avere mai esaurito le proprie possibilità fantastiche, arrivando spesso e volentieri a derive estreme, come la temibile sentenza, quasi
robespierriana, "Piace a me!". ?Partendo proprio da questa ultima espressione, appare evidente come la volontà di affermare una propria libertà di giudizio entro un contesto estetico-artistico vada a negare esattamente proprio quella stessa liberazione che viene perseguita. L’uomo contemporaneo, protagonista di una vita sclerotizzata e nevrotica, ha perso quella cura delle cose e delle esperienze che un tempo nemmeno tanto lontano gli consentivano di sviluppare un cammino conoscitivo/costruttivo atto a conferirgli una competenza per poter autenticamente esperire l´artistico, una competenza che oggi si ritiene data, e non raggiunta, proprio come uno dei molteplici diritti che la democrazia ha liberato. Di pari passo con l´affermazione di diritti che la democrazia porta con sé, questa soggettivitá del giudizio ha una pretesa liberatrice, d´emancipazione da una rigida, o supposta tale, visione dell´arte; in altre parole, piú il mero giudizio personale ha la meglio, più la libertà, quella con la L maiuscola, viene affermata, nel rispetto del pensiero/opione/visione/commento d´ogni singolo individuo: nel rispetto dell´ordine democratico. Tuttavia, la fallacità di questo pensiero risiede, come accennato precedentemente, nella sua stessa esistenza. Il soggetto, sicuro del suo diritto di priorità sull´opera in quanto indissolubilmente libero, trasborda oltre il suo limite e va a velare l´opera che, anche fisicamente, si affievolisce ed appiatisce contro le mura di un museo, contro i limiti di una cuffia per iPod. Questa prepotenza dell´io nei confronti dell´opera causa, quindi, una ritirata dell´opera stessa, che sembra quasi arretrare, impaurita e non ascoltata, entro i limiti piú fisici della sua esistenza testuale. In altre parole, il soggettivismo è spinto ad un tale livello che l´opera non ha piú la possibilitá di avere un ruolo nello scambio dialettico fra sé stessa e il fruitore, dove quest´ultimo si arroga il diritto di farla parlare solo in relazione a sé stesso. Questa prepotenza dà luogo ad un rapporto impoverito, una relazione che diventa esclusivamente economica, dove l´opera arretra a prodotto e il fruitore, con un´illusione di maggior controllo e libertà, retrocede a consumatore. I diversi testi diventano, allora, semplicemente testi, perdendo quella peculiare caratteristica dialettica che gli aveva donato uno statuto di opera. Il nuovo fruitore, lontano, e parecchio, dall´esperire quella che Walter Benjamin chiamava
aura dell´opera d´arte (e non solo per via della riproduzione tecnica), si ritrova fra le mani un oggetto muto, che non parla più a tutti liberamente, ma che parla esclusivamente a comando, dove l´attivazione è esclusivamente la propria esperienza personale: è un oggetto schiavizzato, che non è piú capace di parlare il suo alfabeto autentico, ma capace solo di soddisfare, a diverso grado, i bisogni dell´utente, arginato entro un certo tempo dato. È allora che una sinfonia di Mahler come una canzone dei Beatles o dei Sigur Ros diventano nient´altro che specchi d´un proprio sentimento e non d´ogni sentimento: dall´opera come spazio infinito d´esperienze si scivola verso un prodotto come territorio recintato entro cui rispecchiarsi perfettamente. Si obietterà che l´arte diventa grandiosa proprio quando diventa spazio-contenitore di noi stessi, una mano tesa in aiuto alle nostre esperienze personali; a nostra volta risponderemo che l´arte diventa Arte, e quindi Poesia o Musica, quando la mano che ci viene incontro conosce l'infinito, quella vaghezza che a Recanati si conosce già da centinaia d´anni e che sfugge, corre via ogni giorno più velocemente dalla nostra realtà. Sono proprio quelle dita infinite che, col loro tocco, con la loro voce pongono in essere una domanda, una domanda alla quale ogni nostra risposta non puó essere sufficiente, esauriente: è un dialogo, a cui entrambe le parti, l´Opera e l´Io, partecipano, dando vita a quelle esperienze autentiche su cui poi ci si sofferma a riflettere in manuali o su pagine virtuali. Un dialogo che nella sua qualità maieutica ci pone in dubbio, come esistenze storiche, fin nella profondità della nostra presenza e che, contemporaneamente, ci lascia, quando autenticamente esperito, uno spazio da colmare che ha senso solo entro il nostro orizzonte di finitezza. Un dialogo che non esiste se l´uomo parla senza ascoltare, se non dà spazio alle opere di essere tali, di essere libere.
In una sua famosa opera, Rainer M. Rilke ci dice:
??
Non abbiamo mai, neanche un solo giorno,
?lo spazio puro dinanzi a noi, nel quale i fiori
?s’aprono infiniti. Sempre è mondo e mai?
il Nessunluogo senza il Nulla: la purezza,
?l’incostudito, che si respira e si sa infinita?
e si brama.??È proprio questo sapore d´aperto (
das Offene), che l´arte sembra consegnarci con la sua voce, sempre più flebile per la nostra prepotenza e voglia di affermazione auto-castrante, nel nostro cieco dichiarare la nostra autorevolezza su un qualcosa che in realtà non possiamo misurare con un metro troppo umano come l´individuo. ??
Dopo la libertà del giudizio di settecentesca origine, non lasciamo al
de gustibus il diritto di distruggere quelle
cose grandiose dell´ ingegno umano che noi chiamiamo opere d´arte: lasciamo parlare le cose, lasciamole esistere, non togliamo loro quel barlume di infinito che ci permette, forse, di essere meno umani; forse, di sentire meno il peso del mondo.