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  • 2011: The Year Pink Broke, rassegna di un'annata dominata dal rock al femminile

    Se ci voltiamo indietro a guardare un fermo immagine raffigurante i protagonisti dell'annata musicale appena conclusa, è impossibile non notare con piacere i tanti volti femminili che abbiamo incontrato in questi mesi. Nel 2011, fra graditi ritorni ed entusiasmanti nuove proposte, la musica al femminile ha brillato come non mai.

  • Nuovo Disco Chiave: Piano Magic, Disaffected (2005)

    I Piano Magic arrivano all'anno duemilacinque seguendo un percorso per molti aspetti inverso al pionieristiso allontanamento dalle proprie radici artistiche, che Glen Johnson e soci paiono invece aver progressivamente canonizzato e reso parte fondamentale di un amalgama quantomai originale.

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Polozov
Peace
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Jess & Crabbe
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Pop. 1280
The Horror
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Ternion
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Alcest
Les Voyages De L'Âme
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Lamb of God
Resolution
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Woods of Desolation
Torn Beyond Reason
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Ed Laurie
Cathedral
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The Motion of...
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Male di Grace
Tutto è come sembra
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Walking the Cow
Monsters Are...
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Miriam Mellerin
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Above the Tree &
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Maria Antonietta
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Manuel Agnelli musicista contabile?


S
concerto.
Quando, un paio di mesi fa, sulla stampa nazionale è iniziata a circolare la voce che Manuel Agnelli e i suoi Afterhours avrebbero potuto prendere parte al prossima edizione del Festival della Canzone Italiana ho pensato che si trattasse di uno scherzo di pessimo gusto.
Loro, una delle formazioni italiane di culto degli anni '90; quelli di Germi e Hai Paura del Buio?; quelli ironici, controcorrente, pronti a farsi beffe di tutto e di tutti; quelli grazie ai quali ho imparato ad amare un certo modo di concepire e fare musica rock; quelli che, più semplicemente, per molto tempo sono stati parte integrante della colonna sonora della mia vita, sottofondo di tanti momenti belli e brutti, comunque significativi e che non potrò mai dimenticare... Possibile che proprio loro avessero deciso di dividere il palco dell'Ariston con Pupo, Al Bano e altre vecchie cariatidi della canzone popolare italiana? No dai, non diciamo sciocchezze.
Invece era tutto vero.
Ok, già il loro ultimo album mi aveva lasciato l'amaro in bocca.
Confuso, sfocato, privo di testi autenticamente pungenti, I Milanesi Ammazzano il Sabato sembra la copia sbiadita del passato.
Tuttavia, stiamo pur sempre parlando della band che, ancora nel 2002, era stata capace di spiazzarmi piacevolmente e di colpirmi nel profondo con Quello che non c'è, album cupissimo ed introspettivo, divenuto di lì a poco il resoconto in musica di una mia cocente delusione amorosa, e che giusto pochi anni fa, nel 2005, aveva dato alle stampe un disco discontinuo e imperfetto come Ballate per Piccole Iene, in cui già iniziavano ad affiorare i primi segni di cedimento, ma dove era pur sempre possibile rinvenire un pugno di brani assolutamente degni di nota, come “La Sottile Linea Bianca” e “Ballata per la Mia Piccola Iena”.
Io ho sempre pensato che l'ispirazione per sua natura non sia un qualcosa di eterno.
Ogni artista, prima o poi, è destinato ad esaurire la propria vena creativa e a ritrovarsi, più o meno coscientemente, a riciclare idee già proposte col solo obiettivo di poter proseguire la propria avventura almeno per un altro po'.
La luce dei riflettori, d'altra parte, è una droga alla quale si rinuncia assai malvolentieri, soprattutto se si ha una forte personalità e si è di natura egocentrica.
A un Manuel Agnelli che ha ormai ampiamente oltrepassato la soglia delle quaranta primavere e che così tanto ha già saputo regalare alla scena rock italiana, e non solo come musicista (basti pensare al carrozzone itinerante modello LollaPalooza di nome Tora! Tora! messo in piedi e portato in giro - per poco - per l'Italia alcuni anni fa), qualche fisiologico passo falso sono dispostissimo a concederlo.
Qui, però, la questione è diversa, quasi etica mi verrebbe da dire.
Premessa doverosa: non sono uno che vuole apparire alternativo a tutti i costi. Non sono Manuel Agnelli che fiutando le critiche dei fan ha giustappunto pronta la risposta al perché gli Afterhours dicono sì a Bonolis e vanno a Sanremo, ovvero saranno su quel palco per piazzare la bandiera del rock alternativo italiano di cui loro si sentono i portavoce. Anzi, per tenersi buoni gli amici alternativi e far capire che stanno ancora dalla loro parte, hanno pronta una compilation incisa per loro nuova etichetta indipendente ancora senza nome che sarà in vendita alla Fnac (mossa da veri alternativi eh?) che includerà il pezzo di Sanremo e quelli di tanti selezionati artisti dei circuiti presunti minori. Roba che Manuel pensa che ci debba piacere.
Col passare degli anni ho messo progressivamente da parte la corazza del “duro e puro” e ho cercato di avvicinarmi a qualsiasi genere musicale senza pregiudizi di sorta. Non ho pertanto problemi a riconoscere che anche all'interno della scena pop(olare) italiana ci siano degli autentici fuoriclasse e che la loro proposta sia assolutamente meritevole di rispetto e attenzione.
Il fatto è che, in realtà, anche questi artisti di punta da anni si rifiutano di partecipare a Sanremo, concedendosi al pubblico dell'Ariston al massimo in fugaci ospitate, per le quali, di solito, vengono retribuiti a peso d'oro.
Al Festival, la Musica, quella vera, quella con la M rigorosamente maiuscola, ormai da tempo non conta più, almeno per quanto riguarda i cantanti in gara.
E' uno spettacolo generalista, per famiglie, volutamente innocuo e privo di contenuti, della cui gloriosa tradizione i discografici cercano di approfittare, in una sorta di gigantesca operazione nostalgia, per tentare di dare nuova linfa alla carriera di qualche vecchio dinosauro della tradizione melodica italiana, del quale nei restanti mesi dell'anno non si sente praticamente mai parlare se non nei tristi programmi TV della domenica pomeriggio, o, ancora peggio, per lanciare giovani interpreti di brani senz'anima, concepiti unicamente con la speranza di dare vita a qualche nuovo tormentone da classifica e destinati ad essere dimenticati nel giro di pochi mesi.
Ora, una band con la storia degli Afterhours aveva veramente bisogno di tutto questo?
Agnelli e soci sono quasi venti anni che si sbattono sui palchi di tutta Italia.
La loro nicchia di fans fedelissimi, oramai assai consistente, se la sono conquistata con sudore e passione, disco dopo disco, concerto dopo concerto. Con contenuti e autenticità.
Certo, provando a mettermi nei panni di Manuel, posso anche comprendere che, arrivato a questo punto della carriera, la scena indipendente sia iniziata a stare davvero troppo stretta.
Purtroppo, nel nostro Paese chi vuol fare musica rock ancora oggi è costretto a vivere relegato all'interno di un ghetto da cui è difficilissimo emergere.
Non bastano dischi ben fatti, tour interminabili e il calore del proprio pubblico ad attirare l'attenzione dei media. Tutto resta sempre costantemente circoscritto alla ristretta cerchia degli appassionati.
In tutto ciò, peraltro, la miopia dell'industria discografica continua a rivelarsi a dir poco clamorosa.
Personalmente, infatti, non ho mai compreso il motivo per cui nessuna major negli anni '90 abbia avuto il coraggio di puntare su una formazione di talento come gli Afterhours, la cui spiccata vena melodica, che attinge a piene mani dalla più nobile tradizione pop italiana, già allora poteva essere sinonimo di grande successo anche a livello commerciale. La splendida interpretazione di “Dentro Marylin” a suo tempo regalata da Mina è lì a ricordarcelo.
Quella sorta di limbo in cui, a partire da quegli anni, si sono trovati loro malgrado a doversi muovere Manuel e soci, d'altra parte, oggi è popolato da tutta una nuova generazione di talentuosi musicisti pop-rock, le cui prospettive, purtroppo, non sembrano in alcun modo migliori. Penso ai Baustelle, ai Perturbazione, ai Marta Sui Tubi.
Non deve essere per niente facile accettare una situazione del genere, soprattutto se si è convinti del valore della propria proposta musicale.
Da qui, immagino, la scelta assolutamente calcolata degli Afterhours di giocarsi la carta Festival al fine di tentare di acquisire finalmente un po' di “autentica” notorietà e magari fungere da apripista per le altre importanti realtà presenti all'interno della scena indipendente italiana.
Certo, il rischio assunto è davvero notevolissimo. E' in gioco la loro credibilità.
A questo punto, posso solamente augurarmi che Agnelli e compagni, consapevoli di ciò, si ricordino chi sono e, superate le recenti delusioni, sappiano regalare al pubblico dell'Ariston un pezzo autenticamente degno del loro glorioso passato.
Solo così la loro decisione avrebbe davvero un senso.
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