“In principio era il feedback: le macchine che parlavano da sole, rispondendo ai presunti padroni con gridi aspri, contro la loro unione malassortita. Piano piano gli umani hanno imparato a controllare il feedback, o così credevano, e il passo successivo è stato l’introduzione di forme più raffinate di distorsioni e di suoni artificiali, sotto forma del sintetizzatore, e gli esseri umani hanno cercato di controllare anche quello. Nella musica dei Kraftwerk, e dei gruppi simili attuali e futuri, vediamo finalmente il giusto apice di quella rivoluzione, dato che le macchine non si limitano a sopraffare e a suonare gli esseri umani, ma li assorbono, finchè lo scienziato e la sua tecnologia, che ha sviluppato una sua consapevolezza più elevata, non diventano tutt’uno”
L.Bangs – “Kraftwerkservizio” da “Guida Ragionevole al frastuono più atroce”.
È dunque questa, secondo uno dei più grandi critici musicali mai esistiti, l’evoluzione distruttiva della musica elettronica, l’inevitabile implosione della musica rock. Dal feedback primitivo, al suono puro che sovrasta il musicista, fino ad arrivare ad una musica ferma, bianca, scevra da imperfezioni umane, in cui sono gli strumenti a suonare i musicisti. La questione in esame è, a mio parere, assai ingiustamente sottovalutata, in quanto potenzialmente foriera di nuove strade fruttuosamente percorribili in campo musicale.
Nella sua audace e affascinante ferocia letteraria, Lester Bangs è stato da subito il mio principale mentore in campo musicale e non solo, soprattutto durante la mia adolescenza. È grazie al suo grezzo saper ricamare meravigliosi racconti in forma di recensione, soprattutto per mezzo di frammenti biografici, che ha conquistato la mia piena fiducia.
Ma c’è un punto su cui non sono mai riuscito a convenire con il signor Bangs; il suo essersi voluto accanire contro la musica elettronica, al punto da definirla la fine del rock.
Ma facciamo un passo indietro.
È uscito lo scorso anno per una piccola etichetta inglese, la Ghost Box, il secondo lavoro di Advisory Circle, al secolo Jon Brooks, intitolato “Other Channels”. Il disco è un insieme di semplici frasi melodiche, episodi leggeri basati per lo più su elettronica minimale, affascinanti suoni vintage e arrangiamenti intelligentemente scarni. Il tutto intervallato dagli annunci televisivi che il governo inglese usava diffondere per mezzo della televisione pubblica e da alcuni spezzoni tratti da film o documentari, per lo più riguardanti la Guerra Fredda.
Il risultato è un disco affascinante, elegante, brillante, ma allo stesso tempo inquietante, avvolto in qualche modo da un’aurea misteriosa; è un giocare pacato con il ritratto di una generazione, quella che per prima si è trovata a vivere alla vigilia dell’apocalisse.
Ma quello che più importa è che “Other Channels” è una rappresentazione, compiuta per mezzo di strumenti elettronici, di uno stato emotivo umano; un’indiretta ma precisa risposta alle parole di Bangs. È quindi sicuramente possibile tradurre in suono elettronica, in puro suono, le più umane e naturali sensazioni? È possibile servirsi della macchina per creare Arte?
La risposta non può che essere positiva, gli esempi nella storia musicale recente sono numerosissimi.
Primo su tutti il capolavoro “Kid A” dei Radiohead, splendido esempio di elettronica emotiva. Penso agli Air di "Moon Safari, al "Dialogue" del genio Four Tet. Penso a tutta la carriera di Aphex Twin. E questo solo per fermarsi ai primissimi.
L’errore principale commesso da Bangs, il tutto detto con enorme umiltà, è l’aver omesso la fondamentale distinzione fra la provenienza della creazione artistica e la mera esecuzione della stessa. Poco incide il fatto che sia un computer a suonare quello che un artista ha creato per sé. Dai Led Zeppelin ai primi (ahimè) Telefon Tel Aviv, il prodotto assorbito dall’ascoltatore è il medesimo, metabolizzato con lo stesso procedimento e vissuto con i medesimi processi emotivi.
I nuovi canali espressivi non potranno mai distruggere quello che l’Arte è sempre stata, le parole di Bangs viste in quest’ottica suonano più come una classica e superficiale paura verso il progresso, tipica per un laudator temporis acti come lui. Nelle prime battute del “Kraftwerkservizio” Bangs ipotizza ironicamente una futura versione di “Jonny Be Good” suonata da un calcolatore ; perfettamente eseguita in ogni passaggio la canzone perderebbe completamente il suo sapore. Secondo Bangs è l’errore umano, la mano imperfetta che suona la chitarra, a dare gusto ad una composizione.
Manca anche qui la fondamentale distinzione di cui sopra: l'esecuzione e la composizione stanno su piani completamente differenti.
Occorre sempre più guardare al genere elettronico per trovare oggi gli ormai rari segnali di innovazione che l'Arte musicale riesce a proporre. In senso ampio infatti il discorso riguarda l'efficacia e la credibilità di chi si muove in quello che è definito il campo sperimentale, l'avanguardia.
Il suono puro, il feedback addomesticato da quegli strani tecnici in camice bianco ha oggi piena legittimazione, è una delle prospettive più nobili che la musica possa avere, sempre se fatta da chi veramente qualcosa da comunicare l'ha.
Amo quindi, caro Lester, la musica elettronica, mi dispiace che tu non abbia potuto vederla com'è, splendida, oggi.