Escono a breve distanza l'uno dall'altro i nuovi album delle due band di maggiore riferimento della scena post-metal, chi farà meglio?
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e date non sono ancora state annunciate, ma è ormai chiaro che la resa dei conti è vicina: i nuovi album degli americani ISIS e Mastodon arriveranno nei negozi a breve distanza l'uno dall'altro, e sarà quindi tempo di una verifica dello status non solo delle band, ma della scena tutta che in questi ultimi due anni è sembrata bivaccare in attesa di nuove direttive dettate dai nomi di riferimento del genere. I Neurosis - i veri capostipiti - hanno palesemente fallito nel rilanciare le coordinate con Given to the Rising, tocca ora alle leve più giovani e di più ampio raggio provarci.
Se è vero che i Mastodon sin da Leviathan si sono un po' affrancati dai canonici stilemi post-hardcore, lo è altrettanto che pur passando alla Warner hanno mantenuto forti connessioni con la scena da cui sono cresciuti, su tutte la produzione di Matt Bayles, in sala di missaggio anche negli album di Botch ed ISIS. Non è un caso pure che sia ISIS che Mastodon siano state tra le band di supporto dell'ultimo tour dei Tool, altro nome in qualche modo influente nella creazione di un ideale post-metal. E le considerazioni su quanto speculare sia la situazione attuale delle due compagini americane non finiscono qui. Entrambe infatti stanno per pubblicare un disco dopo circa due anni e mezzo dal precedente, intervallo di tempo più lungo intercorso fra due album delle stesse. Entrambe sostituiranno Matt Bayles in cabina di regia - rinunciando ad una delle determinanti del successo fin qui riscosso - per lasciar tessere i fili a nuovi ed affermati produttori provenienti da altre scene del rock. Infine, entrambe le band si ritrovano in questi giorni ad ultimare i lavori di artwork e
packaging, sin dagli esordi fattore non trascurabile all'interno del progetto artistico delle due formazioni. Si potrebbe aggiungere un'ulteriore consuetudine che in qualche modo ormai si conferma dal 2004, l'anno d'oro della stagione post-metal: Scott Kelly dei Neurosis parteciperà per la terza volta ad un album dei Mastodon, i Tool continuano a farlo in qualche modo anche nel nuovo lavoro degli ISIS.
Qui Atlanta.
Al quartier generale dei Mastodon tutto è da tempo in mano ai legali e ai produttori materiali della nuova opera: grafici e tipografi stanno concretizzando il lavoro di Paul Romano, l'artista che cura copertine e libretti degli album dei quattro, per le differenti versioni che la Warner prevede per Crack the Skye, questo il titolo del nuovo disco.

Sono anche in moto i pubblicitari della major che verosimilmente non faranno mancare un'ingente campagna promozionale in favore di un'uscita su cui ai piani alti contano molto non solo nell'immediato ma anche nel lungo periodo; caratteristica fondamentale della musica dei Mastodon è infatti quella di venir fuori e far discutere anche alla distanza: la Warner se ne accorse e prima di altri riuscì ad assicurarsi le prestazioni di ragazzi potenzialmente destinati a diventare i nuovi Metallica.
Intanto sono state invitate all'ascolto del disco alcune selezionate testate giornalistiche americane. In particolare il magazine online The Quietus che ha recentemente proposto una recensione traccia per traccia. Crack the Skye - inizialmente creduto un concept sulla misteriosa figura di Rasputin - dovrebbe essere un lavoro prevalentemente composto da Brent Hinds che si distacca ancor di più e definitivamente dalla poetica post-hardcore per abbracciare nuove soluzioni, tendenti ad un classico progressive rock ed insite di frammenti di un folk mistico reminiscente se non dei Death in June, della tradizione folk e country americana. Non mancheranno i poliritmi di Brann Dailor e le cavalcate furiose in amplificazione heavy-metal che han fatto la fortuna della band di Atlanta, ma le voci fin qui filtrate lascerebbero intendere che si tratti di un disco che in qualche modo staccherà nettamente dalla produzione pre-Blood Mountain. La descrizione che utilizza riferimenti quali il progressive dei classici anni Settanta (Emerson Lake & Palmer, Genesis, King Crimson) e il folk ancestrale entro un ambiente tipicamente metal crea effettivamente scompiglio perché sembra essere quella di un albo degli Opeth più che dei Mastodon (timore legittimo in caso), ma la presenza del nuovo produttore Brendan O'Brien che da un lato è fonte di totale incertezza visti gli alterni risultati dei suoi ultimi lavori, allo stesso tempo può tranquillizzare in questo senso i giovani fan del combo dello Stato della Georgia. O'Brien è il guru dietro ad alcune delle migliori produzioni dell'era grunge (nato e formatosi come produttore degli Stone Temple Pilots, è divenuto negli anni anche fido collaboratore dei Pearl Jam, oltre ad aver mixato i più rappresentativi album di Red Hot Chili Peppers e Soundgarden), ma col tempo si è costruito un curriculum che va oltre gusti estremamente settoriali: produce dischi nu-metal di dubbio gusto, passa ai supergruppi (Audioslave e Velvet Revolver), ritorna al rock standard con Bruce Springsteen. La scelta di questo produttore la comprenderemo solo dopo i primi ascolti, e forse non basteranno neanche quelli, come sempre nei Mastodon.
Tornando a Crack the Skye nello specifico, pare che il perno su cui ruotino i restanti pezzi sia la suite "The Czar", un brano che raddoppia la durata di "Hearts Alive" dal vecchio catalogo e si propone come risposta alle manie di grandezza dei Mars Volta, che più volte hanno provato a tentare l'intentato con risultati molto alterni. Se è vero che a fronte di queste credenziali si dovrebbero citare addirittura i Dream Theater, il resto del disco pare riportare i Mastodon verso ideali più prossimi all'alternative rock americano, piuttosto che ai cavalieri del progressive ricoperto di muffa. Allo stesso tempo, ciò che le maggiori testate dedite al metal avevano scritto per Blood Mountain, ovvero che fosse un album "
unstoppable", non potrà essere detto di Crack the Skye, vista la suite centrale di quasi trenta minuti e un'alternanza di ambienti sonori che non farà certo da collante al tutto. Staremo a vedere, ma nonostante le perplessità, le aspettative restano alte e la curiosità per un disco metal raggiunge nuove vette in questo decennio.
Qui Los Angeles.
In casa ISIS tutto è più calmo, anche i cambiamenti sostanziali che potranno essere rivelati dal nuovo disco, ancora senza titolo, non sembrano poter spaventare gli affezionati della band originaria di Boston.

La maggior parte del suo seguito infatti si divide in due fazioni, tra cui pochissimi che seguono il gruppo dagli esordi o da Oceanic, sebbene di esperti di quel periodo - che all'epoca magari ascoltavano Korn, Slipknot e Metallica convinti che fossero il massimo della vita - se ne trovano sempre di più: misteri dell'era "internet a banda larga". Ci sono quelli che hanno scoperto gli ISIS grazie all'amicizia che li lega agli ambienti tooliani, a seguito della partecipazione di Justin Chancellor in Panopticon nonché della frequente presenza del batterista Aaron Harris fra le ermetiche notizie del sito dei Tool, e ci sono quelli che sono arrivati alla band passando attraverso un percorso dedito al post-hardcore più radicale e che ne rinnegano - facendo anche tenerezza - le qualità dal dopo Oceanic in poi, esaltandosi magari per surrogati degli ISIS stessi quali chiaramente sono le formazioni che hanno cominciato ad inserirsi nella scena post-metal solo a fronte del successo underground di quell'album della band di Turner. Sembra già deciso in partenza dunque che il pubblico si dividerà ancor di più: chi ha applaudito il precedente In the Absence of Truth continuerà ad applaudire, chi era indeciso e ne era rimasto disgustato, lo sarà ancor di più. A fronte di tutto questo, dell'album nuovo degli ISIS in realtà non si sa ancora molto, nonostante qualche estratto di canzone in circolo su Youtube e le sensazioni derivanti proprio dal precedente lavoro della band, che si spostava necessariamente da quella fotografia del post-metal tutto che era Panopticon - un autentico classico istantaneo del rock dei nostri anni - per tentare un approccio più vicino all'idea di canzone post-metal e dunque relativamente distante dagli esordi sludge. Il nuovo album potrebbe rilanciare da pezzi riuscitissimi come "Not in Rivers but in Drops" e "Holy Tears", per poi abbracciare ancora momenti di stasi surreale più vicina all'ambient-metal già affrescato negli altri capitoli. Un lavoro che prosegua la linea intrapresa - che li dirige verso lidi non ancora esplorati da nessun altro protagonista della scena, checché se ne dica - e contemporaneamente riporti alla mente non tanto da dove provengono gli ISIS - Celestial è ormai troppo lontano, per fortuna - ma dove erano arrivati. Come i Mastodon, gli ISIS hanno scelto di sostituire il fedele Matt Bayles con un nuovo produttore, Joe Barresi, famoso per il suo missaggio degli album di Tomahawk, Kyuss e più recentemente per aver perfezionato il suono dei Tool in 10,000 Days, rendendolo di nuovo ruvido, sporco, e probabilmente definitivo per quanto riguarda la band di Adam Jones. Una scelta cui va aggiunta, ancora una volta, la presenza di un membro dei Tool non ancora specificato in un pezzo del nuovo lavoro. La logica direbbe Justin Chancellor, più volte compagno di merende di Turner e soci in passato, ma potrebbe essere anche qualcuno di più ingombrante...
Per gli ISIS è l'occasione forse decisiva per divincolarsi da una scena che hanno contribuito a forgiare ma che ormai sembra con l'acqua alla gola. Quanto dovevano dire secondo quegli stilemi, gli ISIS l'hanno detto con Oceanic e Panopticon, mentre In the Absence of Truth ha cercato saggiamente di spostare il baricentro virando altrove, in modo forse non definito. Se quel disco risulterà di passaggio verso qualcosa di nuovo, o solo un tentativo di aprirsi ad una nuova concezione della canzone post-metal non perseguito fino in fondo, lo capiremo all'uscita del nuovo album degli ISIS.