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l nuovo album di Gigi D'Alessio è entrato direttamente alla prima posizione nella classifica di dischi più venduti in Italia.
Generalmente questo non stupisce. Non ci faccio più caso, così come non me la prendo quando vedo nelle classifiche italiane (e inglesi) l'ultimo lavoro hip hop/r'n'b fotocopia di quello prima di lui. Dovrebbe stupire invece, e spingerci una buona volta a domandarsi se quanto accade alle uscite discografiche in Italia è più preoccupante di quello che sembri.
L'Italia è così da sempre, vittima compiaciuta e indifferente della musica leggera, che magari un tempo aveva pure qualcosa da dire, ma col passare degli anni ormai si è arrivati ad un livello di banalità disarmante. L'Italia è bombardata in radio e televisione da canzonette non più lunghe di quattro minuti, i cui testi si aggirano rigorosamente intorno a temi profondi ed educativi come ansie giovanili da amore non corrisposto, giovani turbati da rapporti inconcludenti, cuori affranti, cuori contenti e contesi, sorrisi, lacrime, e altre scempiaggini riproposte con periodica scadenza dal musicante di turno. Cosa che per altro accade anche fuori dai nostri confini, perché la superficialità non prende il sopravvento solo da noi (basti pensare all'enorme successo mondiale dell'ultimo ridicolo disco degli AC/DC), ma concentriamoci sull'Italia.
Non voglio tuttavia prendere la posizione di chi si rivolge all'estero per carenza di qualità. Ne' voglio vestire i panni dell'alternativo italiano per definizione, quello che trova in improbabili realtà underground di dubbia utilità la sua luce. Il punto che voglio portare all'attenzione di chi sta leggendo queste riflessioni non è nemmeno l'ascoltatore medio, altrimenti ci perderemmo in insulti più o meno velati per un lustro.
Sono gli organi di informazione la questione, la base di tutto. E' piuttosto facile giustificarli dicendo "danno al pubblico quello che il pubblico vuole", ma non è esattamente così, e non è difficile da capire. In Italia, come anche all'estero se ci si pensa (eppure la situazione qui nel Regno Unito è meno scandalosa), non esiste un media disposto ad affrontare la questione della cultura popolare. Troppo esteso come discorso, limitiamoci alla musica, o all'Arte se vogliamo. In Italia non esiste un media competente che fornisca informazione valida e concreta sulla musica di qualità, e in parte questo può spiegare la morte di proposte nostrane interessanti che non vanno oltre al debutto se mai arrivano a pubblicarlo. Ma è proprio così?
Dimentichiamoci della televisione. Sappiamo bene che è il modo più diretto, purtroppo, per sensibilizzare le persone, e quindi da qui si dovrebbe partire, ma qualche meschino truffatore ha abilmente condotto per lungo tempo una campagna di impoverimento culturale sottile e di successo: ha spento i cervelli che voleva spegnere. Immagino la stia ancora conducendo questa campagna, anche se ormai sono anni che non guardo la televisione per più di due minuti al giorno (qui nemmeno ce l'ho, per capirci). Essendo per sua stessa natura l'elettrodomestico ipnotizzatore per eccellenza, la televisione è, come dicevo, il mezzo più efficiente per informare. Semplice, pronto, immediato. Ma nel baratro in cui è sprofondata, la televisione è irrecuperabile, e non è quindi neanche lontanamente proponibile un programma che affronti i temi che ci interessano.
La stampa specializzata ci prova, ma non è sufficiente. Restringendo il campo alle sole riviste di rock e dintorni, che poi sono le uniche che posso dire di conoscere, ci si ritrova con pagine e pagine di album eccitanti per un mese o poco più (della saturazione di proposte e del download sconsiderato di mp3 evito di parlare per non dilungarmi ulteriormente). Questo genera confusione. O il lettore si abbuffa di dischi nell'intento di capirne quanto i redattori, senza rendersi conto che lui, come anche loro, sta perdendo irrimediabilmente due dei più grandi piaceri che può donarci la musica: la libertà di scegliere cosa ascoltare e il giudizio critico che matura con l'esperienza nell'ascolto sensato e paziente. Oppure vinto dallo sconforto per la troppa abbondanza rinuncia in partenza ad apprendere.
La radio offre, e ha offerto, ogni tanto trasmissioni degne di nota, programmate rigorosamente ad orari improponibili e poi purtroppo finite nel dimenticatoio. Date un ascolto a
questa riportata da Jazz From Italy, per esempio. Altri tempi.
Sto dimenticando, tuttavia, quello che è il mezzo di informazione del nuovo millennio: Internet.
In Italia Internet è considerato ancora come un'arma potenzialmente in grado di spegnere il mondo se il ragazzino con il pallino dei computer scopre il codice di accesso. Un'esagerazione non troppo distante dalla realtà che quotidiani e telegiornali ci dipingono ancora tra un gossip e l'altro. Internet è oggi quello che si pensava fosse un decennio fa: alla portata di tutti. Lo è. E' lì libero di essere usato. E' lì e chiunque può usarlo. Un universo sconfinato di informazioni a portata di mouse di cui se ne sfrutta forse una decima parte. Da un lato la mera riproposta di limitato sapere che offrono il resto dei media, dall'altro qualcosa che non è utilizzato, informazioni che vengono abbandonate a se stesse.
Cosa frena l'utente medio nell'esplorazione di quella che è la più grande mole di dati che l'umanità abbia mai avuto la possibilità di avere? Pigrizia, mi vien da dire, riconducibile se vogliamo al prosciugamento intellettuale causato dal tubo catodico. Per vincerla non basta ormai la sola forza di volontà del navigatore quotidiano, ci vuole quello che forse è più importante di un semplice organo di informazione che ci illustri la musica di cui interessarci. Ci vuole qualcosa o qualcuno che faccia da tramite, uno strumento educativo che permetta di far conoscere Internet per quello che realmente è: la più grande rivoluzione culturale di tutti i tempi.
Da lì, la musica, il cinema, la letteratura, e più in generale l'Arte possono riprendersi il posto che è stato loro rubato. Diventerebbe una naturale conseguenza perfino lo specifico e inesistente prodotto dedicato alla musica o all'Arte di cui si parlava in precedenza, destinato a scomparire se vogliamo crederci sinceramente.
Da lì, una nuova generazione di persone interessate (interessanti?), sensibili, disposte ad imparare, a ritrovare il dialogo. Dialogo che, indipendentemente dall'argomento, è il fondamento indispensabile della cultura di cui, ancora una volta, la televisione in primis ci ha privato. E allora potremo finalmente avere meno Gigi D'Alessio in classifica, meno quiz su un canale e meno telefilm sull'altro. Potremo iniziare a godere della profondità di altre opere, non necessariamente migliori per forza di cose, ma se non altro possibili scelte differenti. La consapevolezza di avere un'altra opzione è ciò che l'italiano medio deve riscoprire, e solo con un aiuto esterno a questo punto ci può riuscire.
Un aiuto notevole per un cambiamento di pensiero direi radicale che non avverrà da un giorno all'altro, che non avverrà mai se qualcuno più in gamba di un semplice scribacchino come me non si decide a prendere l'iniziativa.