Il Panopticon

Un anno di Panopticon

Scritto da D.S.

No, non ho intenzione di scrivere un editoriale autocelebrativo sui traguardi raggiunti dal Panopticon nel suo primo anno di vita, né voglio elencare gli obiettivi concreti per il secondo, anche per una mera questione di scaramanzia. Il messaggio di questo pezzo è invece un altro, ed è riassumibile con la frase "noi ci stiamo divertendo". Proprio così, al di là della soddisfazione di essere letti da un numero via via sempre più consistente - se non addirittura stupefacente in alcune edizioni - di appassionati di buona musica, quello che sta davvero facendo la differenza è proprio il fatto che il giocattolo funziona, e ci fa sentire vicini anche se tra di noi siamo lontani. Perugia, Pistoia, Bologna, Brescia, Vicenza, Padova, Cosenza, Pordenone, Torino, Aosta, l'ebbra combriccola milanese, passando per Londra, Helsinki, Bergen e in futuro chissà dove: la nostra è una redazione senza altra sede che la Rete, che scrive più che per l'onore, per il gusto di farlo in maniera totalmente indipendente. È davvero eccitante il momento appena successivo alla pubblicazione di un nuovo numero: controlliamo chi legge e da dove, registriamo i primi commenti in giro per l'etere e nei nostri forum. Se all'inizio Il Panopticon è stato soprattutto il magazine del temutissimo 3rd Eye forum, ormai basta accedere alla nostra pagina di Facebook per vedere quanto eterogeneo sia il pubblico di una rivista che ha una linea editoriale piuttosto decisa, ma che ha come primo scopo il condividere una passione. In questi primi dodici mesi abbiamo modificato tante piccole cose e cercato di rendere il nostro lavoro sempre più fruibile e allo stesso tempo ricercato, stimolando il lettore a recuperare la musica trattata, sia che fosse ben valutata, sia che avesse preso un brusco 4 in pagella. A dire il vero, dobbiamo rivelare che c'è anche qualcuno col gusto dell'orrido che passa da queste parti. Già, perché vi sorprenderà sapere che l'articolo più letto in assoluto non è uno dedicato ai Radiohead, a Burial, ai Tool o ai Blur. Né tantomeno le classifiche, che pure sono state lette da migliaia di persone. No, il pezzo più letto nel 2009 è stato la recensione dell'ultimo disgustomatico album dei Dream Theater. Ok ok, non siete stati voi a leggerla probabilmente, ma i fanatici italiani più intransigenti, più o meno quelli che ancora oggi vanno a sorbirseli dal vivo. Un altro dato che ci ha sorpresi è stato il progressivo interesse maturato per musica diversa da quella hi fi o canonicamente rock (americano, ma non solo), con particolare riferimento alle attenzioni via via sempre maggiori rivolte alla musica elettronica e alle varie contaminazioni del pop. È davvero bello se un fan dei Mastodon riesce a godersi anche un disco ben fatto di new wave inglese, o se un appassionato di post rock riesce anche a calarsi nei panni dell'ascoltatore di synth pop. L'obiettivo del nostro grandangolare è sempre stato questo... E la dispersione delle coordinate iniziali ci ha aiutato a liberarci ancor più nello scrivere, andando a ricercare musica nuova e giungendo a punti di vista spesso differenti da quelli di buona parte della critica nazionale e internazionale. La nostra linea editoriale perlomeno è palesemente diversa da quella di altre note e meno note webzine enciclopediche italiane, essendo Il Panopticon differente sia negli intenti che nel formato. Non possiamo e non vogliamo essere come Pitchfork: Il Panopticon ha un altro pubblico e un'altra visione del rock, e ciò l'abbiamo messo in pratica sin dall'inizio, andando a tirare fuori dischi alternativi per diversi pareri personali. Le varie classifiche presenti nel sito ne sono la prova provata più concreta. Il prossimo passo sarà un leggero ampliamento della rosa dei redattori - perché avere un paio di penne in più a disposizione non può che arricchire ulteriormente la rivista, oltre che ad allungarle la vita - e dunque il proseguimento nel nuovo decennio appena iniziato, dopo aver un po' riassunto il nostro modo di vedere la musica contemporanea con la top100 dei primi Duemila. Seguiremo le nuove correnti e le mode, ripescheremo e riabiliteremo artisti smarriti per strada e altri popolarissimi ma di cui è sempre bene tenere a mente il valore, oltre che essere piacevole il leggerne. Cercheremo, nel nostro possibile e fin quando ne avremo il tempo e le forze, di esserci dentro alla grande, di darvi e scambiare con voi qualche dritta musicale, ma soprattutto, come si diceva, di divertirci. I am certain, I have no doubt, that life is for playing. Dunque, non resta che ribadire il motto: non giubilate!

 

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Il Panopticon: Anno II, No. 2 - 25/01/2010
Black Hole Sound, torna il grunge? Stampa
Scritto da D.S.   
Sarebbero potuti essere molto di più, invece si sono accontentati di essere solo un buon gruppo. Sono stati i Soundgarden

L’
annuncio l’ha dato proprio Chris Cornell all’alba del nuovo decennio tramite il sito ufficiale, di cui non ricordavamo neanche l’esistenza. Tornano i Soundgarden, per alcuni concerti a partire dalla prossima primavera, e per un’operazione di cui abbiamo provato a pensar male, ma che guardandoci un po’ attorno, non ci sentiamo di biasimare. Sia chiaro, tornare dopo tredici anni e tanta acqua inquinata passata sotto i ponti, non è certo motivo di sacrifici ad Apollo. Ma nonostante gli Audioslave, una carriera solista su cui è igienico stendere un velo pietoso, Timbaland, 007 Casino Royale e tante lampade solari, non ci sentiamo di negare a Cornell e soci (e ai fan che non hanno mai smesso di rimpiangere lo scioglimento della band) il diritto di riunirsi anche loro e farsi applaudire dal vecchio e soprattutto nuovo pubblico, ammesso che ce ne sia in quantità considerevole. Non sarebbe una mossa vergognosa come quella dei superstiti degli Alice in Chains, né diversa da ciò che stanno facendo i rispettatissimi Pixies e Pavement, anch’essi fra i protagonisti annunciati della primavera, anche nel nostro territorio.
Se poi la scusa è quella dell’attesa pubblicazione di una compilation di b-side e outtake, come si vocifera, il tutto comincia a farsi più interessante, sperando che abbiano il buon gusto di selezionare solo il materiale che vale la pena di essere recuperato, perché certe cose forse è bene che restino in soffitta.
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Recensioni in Pillole 25/01/2010 Stampa
Scritto da Panopticon   
All'interno:
A Silver Mt. Zion (2010) Kollaps Tradixionales
Beach House (2010) Teen Dream
Chew Lips (2010) Unicorn
Delphic (2010) Acolyte
Eels (2010) End Times
Grant Lee Phillips (2009) Little Moon
Il Pan del Diavolo (2010) Sono all'Osso
King Midas Sound (2009) Waiting for You
Lone (2009) Ecstasy and Friends
Magnetic Fields (2010) Realism
Natural Snow Buildings (2009) Shadow Kingdom
Nurse With Wound (2009) Paranoia in Hi-Fi
Owen Pallett (2010) Heartland
Pantha Du Prince (2010) Black Noise
Reagenz (2009) Playtime
RxRy (2010) RxRy
Supersilent (2009) 9
Tindersticks (2010) Falling Down the Mountain
Untold (2009) Gonna Work Out Fine
Vampire Weekend (2010) Contra



A Silver Mt. Zion (2010) Kollaps Tradixionales
post indie rock. Ennesima conferma per il collettivo del Québec guidato dal carismatico Efrim Menuck. Kollaps Tradixionales giunge a distanza di due anni esatti da 13 Blues for Thirteen Moons, album tanto intenso quanto impegnativo, se non, per buoni tratti, ostico. La nuova fatica si presenta da subito più accessibile, sorprendentemente, oseremmo dire. I quindici minuti di "There Is a Light" (non nuova a chi fosse stato diretto testimone delle più recenti date italiane della band), in apertura, sono tra i più scorrevoli che si ricordino, senza tuttavia rinnegare lo stile ormai unico, cesellato in dieci anni di carriera. Il corpo centrale è costituito, invece, da brani di minutaggio decisamente inferiore, sulla falsa riga degli esordi: "I Built Myself a Metal Bird" e "Bury 3 Dynamos", dirette e d'attitudine quasi rock; la malinconica "Thee Olde Dirty Flag" con i soliti archi, efficaci nel loro risultare strazianti; la cadenzata "I Fed My Metal Bird the Wings of Other Metal Birds", sintesi delle contrapposte tensioni. Chiude il cerchio "'Piphany Rambler", cavalcata di quattordici minuti in maggiore continuità con episodi del passato.
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Incontro con Leyland James Kirby Stampa
Scritto da F.dV.   
Scoprendo moventi e movenze del talento inglese autore di Sadly, The Future Is No Longer What It Was.

S
vestitosi delle ormai troppo pesanti sembianze del Caretaker, Leyland James Kirby è tornato con un’opera ambiziosa quanto sincera. Sadly, The Future Is No Longer What It Was è un disco monumentale, un diario in musica intriso di umori pesanti, un resoconto di un doveroso e doloroso viaggio introspettivo. L’opera si concentra quasi esclusivamente su solenni progressioni melodiche, spesso eseguite al piano, accompagnate e sporcate da muri di suono elettronico molto sapientemente costruiti da Kirby.
Capita spesso, di fronte a lavori come questo, di non riuscire a comprendere a fondo fino a che punto quanto proposto dall’artista sia un ritratto verace e ingenuamente/artisticamente sincero della personalità del compositore. Dove finisca la scrittura fine a sè stessa e inizi il miracolo catartico del mezzo espressivo musicale.
Unico modo per fugare il dubbio era quello di chiederlo direttamente a Leyland James Kirby.
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Cinema in Pillole 25/01/2010 Stampa
Scritto da Panopticon   
Fatih Akin - Soul Kitchen (Soul Kitchen, 2009)
Mentre i giganti e mollicci titani del cinema italiano cadono sotto i colpi delle selezioni degli Oscar, altri piccoli grandi film avanzano e passano oltre con un carico genuino di pianto o di risate. Uno di questi piccoli grandi film è senza dubbio Soul Kitchen, prova comica del regista de La sposa turca, già premiato a Venezia con l'assenso dei più. Una commedia vivace e colorata, con sullo sfondo una Amburgo del melting pot tedesco più variopinto e umanamente floreale, dove gli intrecci intorno ad un ristorante di periferia dal cuore d'oro e dalla facciata fatiscente sembrano tanti incroci esistenziali fra vite più o meno burrascose, quasi come in un castello di calviniana memoria. A condire il tutto, una carica dose di comicità, da una sorta di demenzialità controllata a un più fine sguardo ironico sulla vita grigia della metropoli, mentre le note di una musica attentamente selezionata impepa il piatto con assaggi della beneamata minimal musik teutonica o di rock senza peli sulla lingua. La pellicola scorre che è un piacere, riconcilia con l'anima e fa sentire in pace, soprattutto per una capacità notevole da parte di cast e regia di istituire fin da subito un rapporto umano fra gli attori sulla scena e il pubblico dall'altra parte dello schermo, attraverso gag e crescendi comici che riescono sempre ad essere tenuti sotto uno stretto controllo, lontani da derive o da bassezze di certo cinema comico a cui ormai ci siamo fin troppo abituati. Scoprirsi cittadini d'Europa e del mondo attraverso un film comico non è mai cosa semplice, ma talvolta riesce. Saporito (Gi.C.)

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Note e sensazioni da Umbria Jazz Winter Stampa
Scritto da E.F.   
Racconto di una fine d’anno in jazz

O
rvieto ci accoglie a metà mattina con un filo di vento, un cielo azzurro decorato da belle nuvole bianche e una temperatura gradevole. E’ il 31 dicembre, e quest’anno abbiamo deciso di trattarci bene: si saluta il 2009 con una giornata di concerti alla 17esima edizione di Umbria Jazz Winter, versione invernale, e per certi versi dal sapore più intimo, dell’importante rassegna estiva che si svolge ogni anno a Perugia.
Passeggiando per il centro, guardandosi attorno, si rimane sorpresi della poca gente per le strade, ricordando quale fosse la vitalità della città in occasione delle passate edizioni: che la crisi abbia colpito anche qui? Per quanto ridotta, la popolazione che si incontra è, come sempre, eterogenea: si va dalla coppia stagionata e dall’aria un po’ snob alla famiglia con figli, ai turisti stranieri capitati forse per caso durante il festival; ogni tanto si riconosce il viso di qualche musicista, si vedono passare custodie di ogni forma e dimensione, e si incontrano suonatori ambulanti che tentano di approfittare del clima per guadagnarsi la giornata. Un po’ a malincuore, ci si rende conto che ci sono pochi, pochi giovani: purtroppo, sembra che il jazz sia un mondo troppo elitario, e forse autoreferenziale, per attirare e affascinare le nuove generazioni, e lasciarsi scoprire.
Poco dopo le 11.30 giungiamo in piazza del Duomo, il quale è un vero capolavoro d’architettura gotica, di una bellezza unica, soprattutto guardando all’imponente facciata decorata dai mosaici dorati che risplendono, colpiti generosamente dal sole.
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Xiu Xiu (2010) Dear God, I Hate Myself Stampa
Scritto da P.R.   
I peccati Pop di Jamie Stewart

L
e notizie sono due. La prima: gli Xiu Xiu del 2010 perdono la storica collaborazione di Caralee McElroy (ora Cold Cave), sostituita dalla nuova tastierista Angela Seo. La seconda: Dear God, I Hate Myself, è un ottimo album, con buona pace degli immancabili detrattori. Ormai è routine, esce un nuovo disco del gruppo di Jamie Stewart e subito raccoglie critiche sempre più contrastanti e difficili da conciliare. Qualsiasi scelta facciano gli Xiu Xiu, il pubblico si dividerà in maniera automatica.
Erano meglio quando ponevano l'accento sulle stranezze e su quella loro emotività malata, risultando addirittura odiosi e fastidiosi alle orecchie di molti? Sono meglio ora che hanno trovato una dimensione più melodica e pop, scelta che irrita i sostenitori del loro lato più sregolato e sperimentale? Quale di questi aspetti è quello più genuino, e quale quello più ricco di sostanza? The Air Force, nel 2006, aveva definitivamente creato una frattura musicale e critica nella loro discografia. Per quanto nessuno dovrebbe contestare la bontà di Knife Play, A Promise e Fabulous Muscles, non è detto che insistere sulla vena più strana (o stramboide, se vogliamo) avrebbe evitato agli Xiu Xiu di diventare prevedibili, come non è detto che avrebbero potuto dare ancora qualcosa percorrendo quel sentiero.
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Eroi nel vento: riecco i Litfiba Stampa
Scritto da F.V./A.D.   
Lo spettacolo deve ancora ricominciare
A
vanti il prossimo. Nel corso di questi ultimi anni sono stati annunciati talmente tanti ritorni sulle scene da parte di formazioni capaci, con la propria musica, di lasciare una traccia indelebile nella storia del rock e nel cuore degli appassionati, che quasi rimaniamo tristemente sorpresi quando ciò alla fine non avviene. Penso alle continue voci su una possibile reunion dei Led Zeppelin o a quelle, insistenti fino a pochi anni orsono, circa un nuovo tour mondiale dei Pink Floyd.
Certo, viene spontaneo interrogarsi sull'effettiva utilità di questo genere di operazioni, che sembrano avere molto poco di artistico e tantissimo di commerciale. D'altronde, rivedere alcuni dei propri idoli tutti insieme sopra un palco per un'ultima volta fa piacere a chiunque, inutile negarlo, soprattutto quando a certa musica sono irrimediabilmente legati alcuni momenti della propria vita ormai passati. Il problema, semmai, è quando questi artisti, attempati e nella fase calante delle rispettive carriere, non si limitano alle performance live, che da consumati professionisti riescono ancora a gestire alla perfezione, ma decidono di rinchiudersi nello studio di registrazione per pubblicare del materiale inedito. In quest'ultimo caso, il fallimento e la delusione, anche cocente, vedi la recente sciagurata decisione di Jerry Cantrell di riproporsi al timone degli Alice In Chains, sono sempre dietro l'angolo.
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Bob Dylan (1966) Blonde on Blonde Stampa
Scritto da M.U.   
Disco Chiave: Blonde on Blonde Autore: Bob Dylan Produttore: Bob Johnston Anno: 1966 Etichetta: Columbia Elemento:
E
siste qualcosa che non è stato ancora detto di Blonde on Blonde? O, volendo estendere con cinismo la domanda, esiste qualcosa che non è stato ancora detto riguardo Bob Dylan? Non si contano articoli e libri su Robert Allen Zimmerman, che faticano tuttavia a delineare completamente la sua controversa figura. La sua autobiografia è ancora lontana dall'essere completata e forse solo allora avremo effettivamente un quadro preciso di uno degli artisti più sfuggenti del '900. Valutare Blonde on Blonde oggi, a quarant'anni di distanza, in un tempo e un luogo che attorno all'opera si è evoluto e spostato verso confini inimmaginabili perfino per Dylan stesso, è impresa pressoché impossibile. Possiamo parlarne col senno di poi, possiamo avvicinarci con timorosa reverenza, non possiamo certamente mancargli di rispetto. Oggi è la reputazione che presenta il disco, il volto accigliato e imperfetto di Dylan in copertina sembra interrogare l'ascoltatore e mettere in dubbio le sue conoscenze sul rock. L'impresa per la nostra generazione è quanto mai ardua. Gli oltre 30 album che Bob Dylan ha creato nell'intero arco della sua carriera sono una montagna troppo alta da scalare per noi aspiranti amatori, destinati a consumare gli mp3 nella speranza di poter dire "conosco Dylan", e mettersi il cuore in pace come quando si legge il bignami della Divina Commedia e si apre bocca su Dante. Fosse il peer-to-peer la questione, potremmo mettere da parte i soldi e acquistare i dischi di Dylan. Problema risolto? Non del tutto. Come ogni opera il cui tempo non viviamo sulla nostra pelle, la distanza in termini cronologici si pone come il più grosso ostacolo da superare in una fruizione che mai potrà essere completa.
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Il cambiamento necessario Stampa
Scritto da G.B.   
L
a divisione tra poveri e relativamente ricchi diventa un abisso. Tutti i limiti e le raccomandazioni tradizionali vanno in pezzi. Il consumismo consuma ogni dubbio e capacità critica. Il passato diventa obsoleto. Perciò le persone perdono il senso di sé, il senso della propria identità, e per definire se stesse finiscono per localizzare e individuare un nemico. E il nemico - qualunque sia la sua designazione etnica o religiosa - lo si trova sempre in mezzo ai poveri.
(John Berger)


Chiunque legga i giornali, guardi la TV o si tenga altrimenti informato sui fatti del mondo si sarà sicuramente detto almeno una volta negli ultimi tempi: qui c'è qualcosa che non va. La crisi economica imperversa ancora in Italia e, invece di risolverla ragionevolmente, razzismo e demagogia sembrano prendere il sopravvento in politica - e non solo - nel Bel Paese. Negli ultimi tempi abbiamo assistito impotenti a rivolte di immigrati, terremoti e scandali che sembrano usciti dritti dritti da un libro sull'Apocalisse. Oltre a questo, accordi sul clima tra Stati ONU proprio non si riescono a trovare e il divario tra Nord e Sud del mondo continua ad allargarsi come una voragine senza fine. Sembrano banalità, le solite cose, ormai ci siamo abituati, ma a guardarle tutte insieme queste premesse fanno davvero paura.

Cosa ci sta succedendo? Si può trovare una causa scatenante o comunque un movente principale a tutti questi problemi? E trovata la causa, esiste una soluzione fattibile e attuabile in breve tempo? Come occorre muoversi per invertire la rotta? In molti se lo stanno chiedendo, e da riflessioni individuali o collettive nascono le risposte più diverse e disparate.
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Prossima Edizione il 15/02/2010
 
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Cold Cave presto in Italia, questo il video di "Life Magazine"

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Legenda:

 

Oro: Disco Chiave, Imprescindibile

Mercurio: Potenziale Capolavoro

Rame: Ottimo Esordio

Antimonio: Grande/Inatteso Ritorno

Zolfo: Interessante / Buono

Stagno: Intorno alla Sufficienza

Piombo: Aurea Mediocritas

Ferro: Crosta, Insufficiente

 

 

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