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Scritto da M.U.
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L'amore barocco di Joanna Newsom Do you remember staring up at the stars?

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quattro anni trascorsi da Ys hanno permesso ai più di annoverare Joanna Newsom fra i giovani talenti che inseguono il genio, lo accarezzano, lo perdono di vista e faticano a riprenderlo. Ys era un traguardo non indifferente per la ragazza californiana. Dal pop articolato del precedente The Milk-Eyed Mender, fattosi notare solo agli assidui esploratori della rete, Joanna era arrivata a partiture complesse e melodie insidiose sulle quali adagiava, con la stessa ingenua delicatezza di una bambina, la voce di un'infanzia che ognuno di noi ha vissuto e non ricorda mai con precisione. Ys aveva smosso le fin troppo calme acque di un cantautorato stagnante e tendenzialmente fine a se stesso, andando a conquistare quasi all'unanimità la critica specializzata, ma aveva anche insinuato il dubbio che Joanna Newsom avesse appena scalato la sua vetta artistica e fosse ormai destinata a scomparire come l'ennesima meteora indipendente. Have One on Me ribatte alle domande sul futuro di Joanna cancellando ogni questione di incertezza, prendendosi due ore di tempo e tre LP per argomentare la sua risposta. La durata complessiva può sicuramente spaventare l'ascoltatore impreparato, così come l'annuncio di un triplo album aveva turbato anche il fan più affezionato. Tuttavia, l'autrice appare a suo agio e sicura fin dal sensuale ritratto in copertina, una visione barocca che tradisce una cura precisa nella costruzione di un immaginario personale tutto da esplorare.
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Scritto da F.dV.
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L'estetica della noncuranza Finalmente sono tornati i Liars
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l ritorno dei Liars rappresenta un momento significativo secondo diversi punti di vista; le soddisfazioni, gli spunti di interesse legati all’ascolto di Sisterworld sono facili da scoprire, sia attraverso l’ascolto disimpegnato del fruitore medio, sia mediante quello attento dell’addetto ai lavori, o del simil tale.
In attività da quasi dieci anni, con cinque album all’attivo, il trio australo-californiano è ormai da considerare come uno dei principali punti di riferimento per la musica che verrà, l’avanguardia più presente, riconoscibile e godibile della scena rock.
Cosa avranno mai fatto? Perché riconoscergli tutti questi meriti? Ma soprattutto, domanda immediatamente successiva, cosa rende la loro proposta allo stesso tempo così seduttiva e così scomoda? Quale incantesimo c’è alla base della magia del Liars?
I ragazzi hanno alle spalle un cammino ben definito sin dall'inizio. Hanno infatti saputo limare e livellare il proprio enorme talento, attrezzando i propri lavori di diversi ed egualmente affascinanti piani interpretativi. Quale modo migliore per attrarre attenzione ed apprezzamenti. Già con l’esordio, They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument On Top (2001), esprimevano in pieno il loro spiccato talento compositivo, riaccendendo l’attenzione verso il post-punk-garage. Compito per altro non facile, riuscendo allo stesso tempo a risultare freschi, dinamicissimi e scherzosi. Il primo vero capolavoro della loro discografia risale però al 2004. They Were Wrong So We Drowned, figlio anche dell’influenza newyorkese e di Dave Sitek, è un lavoro strepitoso sotto ogni punto di vista, una summa perfetta della loro poetica. Qui si commistionano l’art-post-punk e la destrutturazione melodica unita a quella concettuale. Paroloni per definire il genio (s)regolato dei Liars, fatto di loop elettronici, riff, suoni cacofonici quanto magnetici, acidità melodica e delirio vocale. Una goduria prima impensabile per orecchio e mente.
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Scritto da D.S.
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Chapel Club: la wave perpetua Sono loro la next big thing britannica?
Q
uando pensi di averli tanati tutti, ecco che ne spuntano fuori altrettanti, ancor più agguerriti. La carica dei neo-wavers non poteva mica finire coi White Lies e gli xx. No, ad ogni nuova stagione si arruolano al plotone tante giovani proposte, ormai non soltanto dalla terra d'Albione. E ai discografici non dispiace di certo, specialmente se chi emerge ha anche qualcosa di suo da aggiungere, tale da posizionarsi in una fascia di mercato che sembra sempre satura, ma che poi non lo è mai (al contrario di altre). È musica che c'è perché da quando esistono certi classici che non servirebbe neanche nominare (e no, i classici non sono mica solo Led Zeppelin e Pink Floyd... ma vallo a spiegare a chi oggi ascolta solo rock hi-fi americano - se non addirittura scandinavo - o al massimo progressive inglese), è cresciuta, si è sviluppata, si è modernizzata, si è radicata in ogni nuovo contesto storico, ampliando lo spettro di sfaccettature, anno dopo anno. È musica che c'è perché esiste in natura, come esistono tante altre cose. Per cui basta con l'idiozia degli anni '80 che sono di moda. Ci sono tanti gruppi che si ispirano ai Joy Division quanti ce ne sono che si rifanno ai Black Sabbath o ai Nirvana o ai Take That. Per di più, fosse solo una moda, si tratterebbe non di un'ondata, ma di uno tsunami perpetuo mai visto prima, dato che Strokes e Interpol (tra i primi colpevoli eventualmente, i capostipiti secondo qualcuno) a momenti vanno in giro da dieci anni, mentre di personaggi provenienti direttamente dagli Ottanta che, fra alti e bassi, campeggiano ancora oggi sulle copertine delle riviste specializzate ce ne sono a decine. Lo stesso non accade anche per i Novanta? Per non parlare dei Settanta... ci sono magazine specializzati (anche italiani) che non mettono in copertina nessun artista che abbia esordito o tantomeno sia nato dopo il 1979. Meglio ancora se ci vanno i morti sulla cover. E allora di che stiamo a parlare? Qualcuno si merita proprio i Them Crooked Vultures evidentemente.
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Scritto da Michele Sabbadin
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EYEHATEGOD: for the sick New Orleans Is a Living Whore

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l prossimo 20 aprile a Milano avremo modo di assistere per la prima volta in Italia ad un concerto degli EYEHATEGOD. Una data da cerchiare sul calendario per tutti coloro che sognano da anni di trovarsi a pochi metri dalla leggenda dello sludge louisiano. Tuttavia, per quanto si tratti di un nome di culto anche in Europa, non è mai stato facile reperire dischi e informazioni sulla band, troppo spesso lacunosi o del tutto assenti dai circuiti principali. Questo articolo vuole essere un’introduzione per chi non avesse ancora subito le loro note laceranti, e una sorta di richiamo agli iniziati in vista del concerto. Gli EHG sono New Orleans. La storia della band è fortemente legata a questa città americana molto particolare, così ricca di musica e cultura, e altrettanto piena di contraddizioni. Da un lato il chiassoso e storico french quarter; dall'altro un mondo oscuro fatto di povertà, delinquenza ed emarginazione. The Big Easy - come viene chiamata - ha una scena musicale sempre in fermento e che spazia dal jazz all’hardcore, dall'indie dei Neutral Milk Hotel alla plastica di Britney Spears, senza contare che è stata per anni la base dei Nine Inch Nails di Trent Reznor.
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Scritto da P.R.
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Disco Chiave: Is This It Autore: The Strokes Produttore: Gordon Raphael Anno: 2001 Etichetta: RCA Elemento: 
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rimissimi anni del nuovo millennio. Mentre la confusione regnava sovrana nella mente di chi trattava con sufficienza la nascita di nuove band, troppo giovani e troppo debitrici nei confronti dei grandi del passato per essere prese sul serio da chi, ingenuamente, cercava il profondo senso della vita in una canzone o in un concept album, gli Strokes ottenevano un enorme successo di critica e di pubblico, diventando la rock band più chiacchierata. A onor del vero, la proposta dei protagonisti di questo fenomeno superficialmente etichettato come revival, non è più derivativa di quella degli stessi, esaltatissimi, miti dei loro detrattori. Prendersela col revival garage piuttosto che con quello new wave, per poi glissare sull'altrettanto voluminosa - ma più lontana dai riflettori, ed è qui che casca l'asino - invasione di gruppi psichedelici, progressive o hard rock rimasti confinati in epoche altrettanto lontane, beh, è un po' un controsenso. Questa situazione porta ad esprimere giudizi facilmente falsati dalla maggiore o minore popolarità di questo o di quel gruppo, se non dalla più o meno marcata simpatia dei fan o, addirittura, dai capi di vestiario prediletti, anche se in questo caso si arriva al ridicolo. E' andata esattamente così, e quei gruppi di giovincelli appassionati di musica rock, o almeno quelli che hanno avuto dalla loro il necessario mix di bravura e fortuna, si sono inevitabilmente procurati molti, moltissimi nemici, spesso così tanti da sopraffare numericamente i supporters.
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Scritto da Panopticon
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All'interno:
Apparatjik (2010) We Are Here
Autechre (2010) Oversteps
Black Rebel Motorcycle Club (2010) Beat the Devil's Tattoo
Brian Jonestown Massacre (2010) Who Killed Sgt. Pepper?
Charlotte Gainsbourg (2010) IRM
Courteeners (2010) Falcon
Efterklang (2010) Magic Chairs
Entourage (2010) Prisma
Holly Miranda (2010) The Magician's Private Library
Hot Chip (2010) One Life Stand
Lali Puna (2010) Our Inventions
Los Campesinos! (2010) Romance Is Boring
Marina and the Diamonds (2010) The Family Jewels
Nedry (2010) Condors
Oratio (2009) Ora ti ho
Apparatjik (2010) We Are Here
electropop-rock. Dietro al moniker Apparatjik si celano il bassista dei Coldplay Guy Berryman, il cantante/chitarrista dei Mew Jonas Bjerre, Magne Furuholmen, chitarrista/tastierista degli a-ha e, dietro le pelli, il produttore Martin Terefe. Il progetto nasce nel 2008 con la partecipazione all'iniziativa benefica Songs for Survival. We Are Here, uscito il primo febbraio scorso per la Meta Merge Un Recordings, è il vero e proprio debutto della band. Si parte con "Deadbeat" e da subito salta all'orecchio l'equilibrio tra i contributi dei diversi membri al risultato complessivo: un electropop di facile presa ma non eccessivamente ruffiano. Spiccano l'inconfondibile voce di Bjerre, che si alterna al microfono con i colleghi, e le tastiere di Furuholmen, efficaci nel loro essere amabilmente retrò. Parte così, per non arrestarsi, un susseguirsi di tracce che variano dal ballabile ("Snow Crystals") al delicato ("In a Quiet Corner", dove manca solo Chris Martin, oppure la traccia conclusiva "Quiz Show"), passando per momenti di minore incisività come le pur gradevoli "Josie" e "Antlers".
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Scritto da Gi.C.
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L
e bugie bianche, le notti bianche.
Come nel celebre libro di Dostoevskij, la serata che fa da cornice al concerto dei White Lies, nuovo rampante fenomeno musicale inglese, è fatta di incontri e dialoghi spesso oltre la mera colloquialità. È un salto di qualità, la relazione da concerto, perché ti isola e ti pone su un piano relativamente relativo, dove la massa ingloba il singolo e si diventa tutti parte dell’altro.
Tutte queste fisime per dire che, anche in una piovosissima sera di febbraio, è possibile dimenticarsi di essere a Milano, abbracciare un amico/a e strappare un sorriso alla sorte. Che fa rima con Morte, e la Muerte con il trio inglese, che dal vivo diventa un quartetto, ha molta familiarità; non tanto per una superficiale tendenza, d’origine italiana, alla scaramanzia, ma proprio per una scelta di look e tematiche che pare contraddistinguere lo stile delle Bugie Bianche (dico "pare" perché la band inglese ha solo un disco all'attivo e magari alla prossima occasione ci regalerà un album happy! happy! happy!). Il sorriso ci scappa subito dopo l’ultima sigaretta pre-party, perché l’apertura con “Farewell to the Fairground” ci piace, mi stupisce, e ci colpisce: con la freschezza di una canzone ben riuscita, con l’acerbo ma buon carisma del leader Harry McVeigh, con un palco che spiccava per intelligenza organizzativa.
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Scritto da Alessandro Romeo
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M
entre mi dirigo ai Magazzini Generali, penso che mi aspetterà una serata diversa da quella passata l'ultima volta, quando ho visto i Mastodon. Si, perchè li ho già visti il 22 giugno 2009, quando aprivano per un certo gruppo di nome Metallica, assieme ai Lamb of God. Quella sera nonostante avessero fatto i pezzi più conosciuti e forse anche tra i più belli, non se li era davvero filati nessuno, suonando in un DatchForum (ora Mediolanum Forum) ancora da riempire. Credo anche di essere stato uno dei pochi, se non l'unico, ad esser là con la maglietta di Blood Mountain a incitare il quartetto e a dar loro l'attenzione che meritavano. In quell'occasione avevano mostrato tutto il loro imbarazzo nel suonare su un palco decisamente non adatto alle loro performance e davanti ad un pubblico esiguo, rispetto al marasma che è stato già il concerto dei Lamb of God e soprattutto quello dei Metallica qualche ora dopo. Mi era stato fatto un unico avvertimento, quello dell'acustica dei Magazzini Generali, davvero pessima. Ignaro ancora dell'effettiva situazione, e essendo al primo concerto in questo locale, pensavo che dipendesse dalla bravura dei tecnici o quant'altro. Ahimè, mi son dovuto ricredere. Ma andando per gradi, eccomi là, in prima fila, leggermente laterale, ad aspettare che lo spettacolo iniziasse, tra una buona dose di birre e una manciata di totoscalette idealizzate con il mio amico a fianco. Sapevo soltanto che avrebbero fatto tutto il nuovo, Crack The Skye.
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Scritto da Panopticon
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All'interno: • Giorgio Diritti - L'uomo che verrà (2009) • Clint Eastwood - Invictus (Invictus, 2009) • Jacques Audiard - Il Profeta (Un Prophète, 2009) • Radu Mihaileanu - Il Concerto (Le Concert, 2009) • Martin Scorsese - Shutter Island (2010)
Giorgio Diritti - L'uomo che verrà (2009)
È successo a Marzabotto, paese che "preferì ferro, fuoco e distruzioni piuttosto che cedere all'oppressore". Occorrono davvero i sottotitoli per capirlo? No, crediamo di no. Le scene - forti e dolorose per lo spettatore, ma davvero emotivamente naturali per la squadra di attori, perlopiù sconosciuti al grande pubblico - raccontano tutto quel che è successo con nessun altro espediente che la verità. L'antico dialetto bolognese è dunque solo un ulteriore mezzo in direzione di quell'iper-realismo che Giorgio Diritti riesce a raggiungere risparmiando la sensazione della mattonata che cade in pieno capo. Martina ha più o meno 7 anni e ha smesso di parlare da quando le è morto fra le braccia il fratellino neonato. Ma sua madre ne sta attendendo un altro - simbolicamente il futuro e la speranza di rinascita - e andrà salvato da tutto quel che succederà. C'è chi vorrebbe spostarsi in città per campare come Cristo comanda, e chi invece fa il percorso inverso, rifugiandosi in campagna per scampare. Un film che andrebbe approfondito anche nei suoi aspetti di contorno: uno su tutti, la preghiera collettiva come momento di unione nella difficoltà e quindi la figura del prete di campagna, così diversa da quella aristocratica e lontana dalla gente dell'arcivescovo delle grandi città. Ma anche la divisione e l'intraprendenza (in questo caso dei partigiani), insita nel carattere italiano, che porta a fare le cose ognuno di testa propria, o quasi, causando poi danni ben più gravi alla comunità.
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Prossima Edizione il 29/03/2010
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Fast News
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• Addio a Sparklehorse, may you rest in peace
• The National: High Violet esce il 10 maggio
• I Tool stanno scrivendo il nuovo album; come ingegnere del suono confermato Joe Barresi
• Stone Temple Pilots: nuovo album self-titled il 25 maggio, a Milano il 28 giugno
• A breve la data di uscita di Transit Transit, il secondo atteso album degli Autolux
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Legenda:
Oro: Disco Chiave, Imprescindibile
Mercurio: Potenziale Capolavoro
Rame: Ottimo Esordio
Antimonio: Grande/Inatteso Ritorno
Zolfo: Interessante / Buono
Stagno: Intorno alla Sufficienza
Piombo: Aurea Mediocritas
Ferro: Crosta, Insufficiente
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